Quando nel 2008 la BCE (Banca Centrale Europea) ammise che in caso di difficoltà finanziarie di uno Stato Membro non esisteva il “prestatore di ultima istanza” la notizia passò in sordina, come molte di quelle che cambiano il paradigma del nostro vivere, ma chi doveva recepire il messaggio lo udì forte e chiaro mettendosi diligentemente in moto per colmare la lacrimosa lacuna.
Come suggerisce il nome stesso, il prestatore di ultima istanza è banalmente quel soggetto giuridico riconosciuto disposto a prestarti dei soldi quando più nemmeno tua madre si fida di te. Questa sorta di rete di protezione svolge normalmente la sua funzione in ambito privato. Il sistema bancario di ogni Paese finanziariamente “sviluppato” ha, nella normalità dei casi, il suo prestatore di ultima istanza che interviene quando un determinato istituto di credito è a corto di liquidità o rischia addirittura l’insolvenza.
In alcuni Paesi, come ad esempio in Italia, il suo funzionamento è un tantino più bizzarro che in altri. Nella variegata casistica europea è costituito normalmente come un fondo di riserva dove annualmente le banche versano ex ante una percentuale prestabilita dei depositi raccolti. Il salvadanaio del Prestatore di ultima istanza è così pronto a far fronte alle esigenze contingenti del sistema nella misura garantita dal suo portafoglio. Da noi, invece, le banche calcolano il dovuto da girare a questo serbatoio comune di riserva che, in ultima analisi, è il salvagente dei correntisti, ma trattengono il denaro deputato a rimpinguare il fondo, riservandosi di versarlo solo ex post, cioè nel caso effettivo di utilizzo da parte di Istituti in difficoltà.
Ad ogni buon conto nel Bel Paese come oltre frontiera la scialuppa di salvataggio finanziaria calata a mare resta a galla solo se a salirci è un naufrago non troppo zavorrato: una serie di default bancari consecutivi o un istituto molto “grosso”, scivolato sulla buccia di banana di un derivato marcio, rischiano comunque di far ribaltare il Prestatore mettendo di fronte alla collettività (lo Stato) il dilemma sull’opportunità di intervenire usando i denari di “Pantalone”, cioè i nostri, oppure lasciare che chi ha rischiato troppo affoghi nel mare dei propri debiti.
Modalità di intervento, campo di applicazione, ampiezza del raggio di azione variano da Paese a Paese ma alla fine del tunnel il Prestatore Primo, cioè il Prestatore di Ultima Istanza del Prestatore di Ultima Istanza, è sempre lo Stato, alias “Pantalone”. Ne sanno qualcosa l’Inghilterra e L’Olanda che all’inizio della crisi finanziaria hanno dovuto soccorrere i propri correntisti lasciati in braghe di tela dal fallimento delle banche islandesi a cui avevano affidato i risparmi allettati da promesse di facili e lauti guadagni…
La leggenda islandese gira in queste settimane sulla rete come un TamTam di guerra, una sorta di chiamata alle armi del Popolo di internet contro lo scippo della Sovranità monetaria sottratta al Popolo. Gente fiera quella islandese, 320.000 isolani incazzati che hanno rifiutato categoricamente di pagare la crisi generata da quello stesso sistema finanziario responsabile, fino al 2008, del loro benessere economico.
La storia racconta che Inghilterra e Olanda, dopo aver coperto le perdite dei rispettivi investitori privati, bussarono alla porta del governo islandese annunciando di volersi rivalere sull’isola secondo il diritto internazionale. L’allora Governo in carica, nel nazionalizzare le banche fallite, predispose un piano di risanamento costituito essenzialmente da un salasso economico sulle tasche dei propri cittadini, i quali, per tutta risposta, costrinsero l’esecutivo e il Parlamento alle dimissioni ed elessero un nuovo gruppo dirigente votato alla resistenza e alla guerra ad oltranza contro le pretese dei creditori istituzionali esteri.
Dopo pochi mesi di infruttuose trattative con il Fondo Monetario Internazionale anche il nuovo governo, incalzato dalle crescenti pressioni esterne e da una serie di minacce non troppo velate, indisse un referendum che lasciò al popolo la decisione di accettare o meno la stangata finanziaria. Ogni singolo islandese avrebbe dovuto rimborsare attraverso le tasse qualcosa come 18.000 euro in 15 anni per risarcire un debito contratto tra due soggetti privati. Scontata la bocciatura, l’Islanda ha scelto la strada della ribellione ripudiando il debito estero, azzerando la costituzione e riscrivendone una tutta nuova e partecipata rispondente alle esigenze e alle aspettative del Popolo Sovrano.
La moderna leggenda “vichinga” però finisce qui, perché in realtà l’Islanda è sotto processo per insolvenza e rischia un isolamento economico e politico che metterà ben presto i suoi abitanti di fronte alla realtà nuda e cruda. Con una bilancia commerciale negativa, messa li a dimostrare quanto il Paese sia dipendente dall’esterno in termini energetici e alimentari, non ci vorrà molto a far capire ai suoi valorosi e fieri cittadini che non basta urlare la propria libertà per togliersi le catene di dosso. Alla prima uscita in mare aperto, quando sarà necessario rinnovare un accordo commerciale o contrattare l’acquisto di una riserva alimentare, dall’altra parte una voce non troppo gentile risponderà: “Prima paga i tuoi debiti schiavo, e con gli interessi maggiorati, visto che hai provato a scantonare…”.
Questa è la realtà, queste le regole che più o meno consapevolmente ci siamo dati, queste le catene che abbiamo scelto volontariamente di indossare… e ancora è poco rispetto a quanto ci siamo riservati per il futuro nostro e dei nostri figli.
Da qualche tempo è in atto un attacco speculativo contro l’Europa e l’euro, che si materializza attraverso perdite consistenti della borsa e aumenti del saggio di interesse sull’emissione dei Titoli di Stato. Oggi tutti sanno di cosa si parla quando viene nominato il famigerato differenziale di rendimento tra Btp italiano e Bund tedesco. E’ diventato una sorta di “incubo ariano”. Ogni punto d’interesse in più sulle nostre emissioni sono una ventina di miliardi di euro in più che dobbiamo restituire a chi ci presta il proprio denaro.
La manovra finanziaria del calibro di quella varata quest’anno dal Governo, nonostante tutto il carico sociale che si lascerà dietro le spalle, è comprensibilmente considerata poca cosa dai mercati. L’Italia, con il suo debito pubblico di 1800miliardi di euro, dovrebbe calare sulla collettività “scuri draconiane” di peso ben maggiore per sperare di ridurre il debito stesso. Diciamo, senza rischiare di sovrastimare troppo la situazione, che un ventennio di lacrime e sangue tra i 100 e i 120 miliardi di euro all’anno potrebbero riportare l’enorme fardello del debito sotto i 1000miliardi di euro trasformando il brutto anatroccolo nel bel cigno che il mercato saprebbe apprezzare. Questo solo in teoria, perché con certe sciabolate, il rischio di una guerra civile e di una rivoluzione in stile islandese non sarebbe poi così remota anche nel nostro dormiente Paese, e in più suzioni finanziarie di cotanta portata finirebbero per esaurire completamente la linfa “vitale” della crescita, unica alternativa, almeno secondo gli economisti più accreditati, a una morte prima economica e poi sociale.
Allora cosa sta accadendo? Vogliono affossare l’Italia e le sue compagne di merende, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna? Oppure stanno cercando di affossare l’euro?
Il mercato risponde nell’unico modo che conosce, valutando gli stati e le loro esposizioni come fossero una merce: se non profuma o peggio se odora di vecchio e di marcio è meglio non acquistare e se proprio il rischio va assunto allora maggiore deve essere il relativo guadagno. Da più parti si comincia addirittura a parlare della possibilità di un Default programmato con l’uscita dei Paesi in difficoltà dall’area euro e conseguente svalutazione di una nuova moneta coniata, a bella posta, per l’occasione imperdibile di ristrutturare un debito ormai non più sostenibile. Altro sangue anche in questo caso, ma con la consolazione di recuperare competitività reale grazie alle differenze di cambio con le altre monete. Sembra sia giunto il momento della verità, il tempo e il luogo che decideranno i destini ormai segnati dell’euro e dell’europa.
Invece non accadrà proprio nulla, l’euro non salterà, l’europa non si dividerà e l’Italia non respirerà l’aria della nuova primavera araba. Il futuro è già stato scritto e purtroppo assomiglia molto a quelle torture rituali in cui dopo averti quasi dissanguato del tutto ti lasciano in vita levandoti ogni giorno quel tanto di sangue che ti impedisce di reagire e di ribellarti senza però mai darti il colpo di grazia. Una sorta di esistenza latente divisa tra la schiavitù economica e quella sociale.
La tecnica usata per raggiungere questo risultato è stata quella ipercollaudata di creare o causare il problema, generare una reazione generalizzata di paura e poi offrire una soluzione studiata a tavolino che porta esattamente la dove si vuole arrivare.
La nuova giostra che si sono inventati si chiama E.M.S (Meccanismo di stabilità europea) ed è definito amichevolmente dagli addetti ai lavori un “veicolo” finanziario. Questo strumento permanente studiato e adottato con modifica dell’articolo 136 del Trattato di Lisbona approvata il 25 marzo 2011 prevede l’ampliamento e il potenziamento sia economico che operativo di un “veicolo” temporaneo già operante da alcuni mesi che ha tamponato recentemente piccole falle finanziarie sia in Portogallo che in Irlanda. La ratifica del trattato sarà completata da tutti i Paesi europei entro l’inizio del 2013 data in cui L’E.M.S. sostituirà definitivamente l’attuale sistema di salvataggio. La base di partenza del nuovo scudo di protezione presenta una potenza di fuoco di tutto rispetto: si parla di una disponibilità di 400miliardi di euro garantiti da un fondo di oltre 700miliardi necessario a fornire al “veicolo” stesso la possibilità di operare in piena sicurezza concedendo prestiti, attuando salvataggi, acquistando Titoli di Stato di Paesi Membri ed emettendo obbligazioni in tripla A. Avete letto bene, l’E.M.S., che a regime dovrebbe accumulare riserve operative vicine a 2000miliardi di euro + relative garanzie, previo parere concertato con la BCE, potrà raccogliere denaro sul mercato dei capitali privati emettendo titoli molto simili agli EuroBond. La cosa suona già strana così, ma la chicca del nuovo nato è relativa al sistema di accesso al credito. Nella modifica del trattato, su specifiche pressioni, è stata testualmente inserita questa oscura definizione: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.”
La stampa economica di settore descrive così il meccanismo finanziario messo in piedi: “Il fondo salva-Stati potrà concedere linee di credito fino a 30 anni con tassi che potranno scendere fino al 3,5 per cento. Potrà inoltre sostenere la ricapitalizzazione delle banche e muoversi sul mercato secondario per acquistare titoli di Stato emessi da qualsiasi Paese: non solo quelli aiutati nell'ambito di un piano di risanamento concordato con Ue e Fmi (quindi anche Italia, Spagna e Belgio). Spetterà alla Bce stabilire l'esistenza di «circostanze eccezionali» per consentire l'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario al fine di evitare il contagio. Gli interventi saranno basati su un programma «precauzionale» e gli Stati dell'Eurozona, con l'obiettivo di tranquillizzare i mercati, si sono impegnati ad avviare azioni concrete per rendere effettive le loro decisioni il più presto possibile. Il sostegno sarà condizionato a un programma di risanamento e prevede il coinvolgimento dei creditori privati. L'E.S.M. avrà lo status di creditore preferenziale. Previsto anche un sistema di clausole di azione collettiva sulla ristrutturazione del debito.”
Vengono i brividi solo a pensarci. Capitale e interessi privati perfettamente amalgamati e integrati all’interno di un “veicolo” finanziario salva Stati munito di clausole coercitive che permetteranno qualsiasi tipo di ricatto legalizzato in cambio di soldi. Il sogno dei Chicago boys si avvera.
G.Barile












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