Dopo innumerevoli peripezie legislative che iniziano con la legge Galli del 1994 siamo giunti infine anche alle nostre latitudini all’epilogo di quella che non faticherei a definire l’epopea della creazione del Servizio Idrico Integrato nell’ATO (Ambito Territoriale Ottimale) di Como. Tra accelerazioni della Regione Lombardia e frenate del Parlamento italiano, in mezzo a pareri, richiami, ricorsi e sentenze, raccolte firme, Referendum e Iniziative Popolari sembra sia infine giunto il momento in cui si deciderà che forma dare al “monolite” ATO disegnando nel contempo il futuro dell’Oro Blu di Como.
Non ho intenzione di tediare nessuno ripercorrendo i passaggi normativi che hanno portato alla situazione attuale, chi volesse farsene un’idea può trovare in rete molte esaurienti informazioni a riguardo, ma credo sia opportuno disvelare, agli occhi di chi si appresta a rischiare questo ennesimo scippo, il misterioso essere che dovrebbe gestire un bene comune così necessario e fondamentale per la vita stessa.
Le menti perniciose che hanno tracciato il solco di questa strada verso la privatizzazione dell’acqua, mi perdoneranno quelli che credono ancora che dividere la proprietà delle reti dalla gestione dell’erogazione salvaguardi minimamente dal pericolo di servire interessi privati, da tempo lavorano, non solo in Italia, per raggiungere uno scopo preciso che è quello di trasformare un diritto della vita come l’acqua in una merce. La Francia è pioniera in questo campo, sarà per l’orgoglio nazionalistico tipico dei fratelli d’oltralpe che arrivano sempre prima e meglio, sarà per l’alta concentrazione di multinazionali francesi che hanno interessi nel campo dell’acqua, fatto sta che i parigini ancora si leccano le ferite procurate dalle spiacevoli conseguenze della privatizzazione.
In ogni caso il punto fermo su cui non si può discutere è che a gestire la distribuzione dell’acqua nelle Rue de Paris ci hanno pensato, fino ad oggi, Veolia e Suez, due tra i primi dieci gruppi al mondo che traggono profitti dall’H2O, ma dal 1 gennaio 2010 l’Oro Blu parigino tornerà in mani completamente pubbliche per tentare di riparare i danni gestionali ereditati a caro prezzo dalle due multinazionali di casa.
Nella patria delle rivoluzioni, vive la France, dopo anni di coesistenza dei sistemi di gestione pubblici e/o privati hanno deciso di analizzare attraverso studi comparativi i costi del servizio per gli utenti e si sono accorti che “privato” non sempre è sinonimo di “bello” e nemmeno di efficiente/economico.
Per la verità anche nel nostro Bel Paese, ad Arezzo, la dove i primi della classe sono partiti a “spronbattuto” a privatizzare il Servizio Idrico Integrato, affidando alla Suez il compito di aprire e chiudere le saracinesche, i cittadini si sono visti in poco tempo raddoppiare e triplicare le bollette senza ricevere in cambio un tangibile ne misurabile miglioramento del servizio. L’esempio della Toscana dove, nel corso di nove anni di privatizzazione, si è sperimentato lo stesso fallimento di Parigi con bassi investimenti e tariffe salatissime la direbbe lunga sulla bontà del paradigma lombardo secondo cui se non è possibile privatizzare l’acqua - santa polenta - almeno si privatizzino i rubinetti.
Da dove mai proverranno queste “voglie d’impresa” che in Regione Lombardia inebriano le menti e i cuori dei nostri rappresentanti?
Forse che al Pirellone credono di esser più bravi o più furbi degli altri?
Di sicuro sono preparati almeno stando ai curricola di certi personaggi che guidano con pugno di ferro la campagna di privatizzazione dell’acqua…
Un esempio su tutti ce lo da Raffaele Tiscar che è oggi Direttore Generale della Direzione Reti e Servizi di Pubblica Utilità della Regione Lombardia. Questo illustre sconosciuto in passato ha ricoperto ruoli sia come manager pubblico/privato sia come consulente aziendale di CTS, della solita Ondeo-Suez, di RWE Thames Water etc.
Come dire, …siamo in buone mani, affidati a gente che di acqua se ne intende, forse troppo…
Sarà bene ricordare allora, senza voler alludere specificamente a persone o fatti citati in precedenza che oggi l’Italia oltre ad essere il paese con il Capò dell’esecutivo più sexy del mondo, è anche ben piazzata in 1° posizione nella speciale classifica che misura la corruzione e il malgoverno tra i paesi della cara vecchia Europa.
In quest’humus politico-amministrativo-affaristico, dagli effluvi non proprio gradevoli, gli ATO sono diventati spesso un’occasione per organizzare truffe, appalti truccati, e si sono rivelati un porto sicuro dove parcheggiare amici e parenti lautamente stipendiati dalla collettività ignara.
Gli esempi nazionali ormai non si contano più:
si comincia dall’Abruzzo dove l’Ente d’Ambito di Pescara - Chieti e l’Aca spa (gestore unico) hanno provveduto all’aggiudicazione di un appalto e alla costruzione di un impianto di depurazione da 25 milioni di euro senza premurarsi precedentemente di verificare se le acque del fiume Pescara potevano essere potabilizzate. L’impianto non è stato mai attivato perché le acque del corso d’acqua sono troppo inquinate, così l’immancabile collaudo è stato realizzato senza l’uso dell’acqua del fiume. Nel 2004 però, finiti i lavori, gli esami chimico-fisici richiesti dalla Asl all’Agenzia Regionale per l’ambiente hanno sancito definitivamente l’impossibilità di attivare l’impianto per la quantità di sostanze pericolose presenti ben oltre il limite massimo.
Rimanendo sul posto dobbiamo anche ricordare che nell’estate del 2007 circa 500.000 persone, oltre due volte la nostra provincia, rimasero per un mese a secco d’acqua a causa della chiusura di un pozzo inquinato da una discarica di rifiuti tossici abusiva: peccato che la discarica era li da anni, tutti sapevano della sua esistenza, e l’autorità d’Ambito di Pescara e la società che gestiva il ciclo idrico integrato erano a conoscenza fin dal 2004 della presenza di veleni nell’acqua, ben oltre il limite stabilito dalla legge, ma nonostante ciò tutti hanno taciuto e quindi, oltre ad aver attentato alla salute dei cittadini distribuendo H2O inquinata, nessun approvvigionamento alternativo era stato realizzato quando infine giunse, come un fulmine a ciel sereno, il decreto di chiusura del pozzo.
Si passa poi a Catanzaro dove nel 2008, prima di essere cacciato per le presunte, poi rivelatesi inesistenti, irregolarità procedurali nell’inchiesta “Why not”, l’ex P.M. Luigi De Magistris iscrisse nel registro degli indagati Raimondo Besson già coinvolto in un’altra inchiesta su Acqualatina. L'indagine calabrese riguardava la gestione della rete idrica dell’ATO 4. Raimondo Besson era vicepresidente e amministratore delegato della “Sorical”, una società mista pubblico-privata che gestiva il settore idrico in Calabria, ed il cui 46,5% del capitale è detenuto dall’azienda francese Veolia. I reati ipotizzati allora furono abuso d’ufficio, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e turbata libertà degli incanti.
Secondo De Magistris, la gran parte degli appalti affidati direttamente dalla “Sorical” sarebbero andati ad un gruppo di società, sempre le stesse, ricollegabili tra loro e che “avevano interesse anche con persone preposte ad uffici pubblici. Vista la fine che a fatto De Magistris come magistrato non vi è da dubitare su come finirà l’inchiesta.
Con un piccolo saltello, o due bracciate a nuoto, almeno fino a che non verrà realizzato il famigerato ponte, approdiamo in Sicilia e scopriamo che nel 2007 indagando sui motivi degli aumenti delle bollette, anche del 400%, sono state scoperte all’ATO rifiuti di Enna le 101 «assunzioni facili» che, secondo quanto accertato da Digos e Gdf, avrebbero fatto saltare i conti dell’ente. A guida del carrozzone siciliano dei rifiuti c’era all’epoca dei fatti contestati Serafino Cocuzza attuale direttore dell’Ato Idrico di Enna, come dire …una persona di fiducia.
Sempre nell’isola che diede i natali al grande filosofo e scenziato Archimede, Acque Potabili Siciliane è oggi la società che gestisce il Servizio Idrico Integrato dell’ATO 1 di Palermo. Nella compagine societaria figura, tra gli altri, Galva S.p.A. controllata dalla famiglia Pisante le cui imprese risultano inquisite dalle procure di Milano, Monza, Savona e Catania per una varietà di reati: dal pagamento di tangenti all’associazione mafiosa.
Siamo nel 2008 e risalendo la penisola troviamo fantasiosi amministratori che nell’occuparsi di gestione creativa dell’acqua, ritennero opportuno far taroccare le analisi di potabilità dell’acqua da un laboratorio compiacente per evitare grane e costosi investimenti.
Il caso è quello di SMAT/ASA società che gestisce il servizio idrico integrato nell’ATO 4 di 50 Comuni dell’Alto Canavese.
Frodi nelle pubbliche forniture, occultamento e distruzione di documenti, illegittimità degli aumenti tariffari. Sono queste le ipotesi di reato che hanno messo nei guai quest’anno i vertici di Acea nell’ATO 5 di Frosinone.
Una bella collezione, peraltro non esaustiva, di come in Italia siamo bravissimi a trasformare un'occasione di miglioramento in un danno permanente per la collettività.
Ora, …sperare che a Como e provincia le cose andranno diversamente, considerando il sottobosco che caratterizza la nostra classe dirigente, mi pare quanto meno incerto. Basta ricordare gli scandali che hanno coinvolto senza soluzione di continuità i politici nostrani negli ultimi 10 anni per capire che anche sulle rive del nostro Lago il vizietto di farsi i propri interessi ai danni dei cittadini è pratica nota e ahimè apprezzata.
Come sottolineavo all’inizio a Como siamo agli sgoccioli in questa partita dell’acqua e i comuni dovranno approvare il cosiddetto il Piano d’Ambito Definitivo entro la fine dell’anno.
Da cittadini liberi, informati e consapevoli varrebbe la pena sollecitare nella giusta direzione le nostre amministrazioni comunali, si è sempre in tempo per farlo, affinché portino nell’assemblea dell’ATO il messaggio chiaro e inequivocabile che per noi l’acqua è un diritto e che in nessun caso la sua gestione, in qualsiasi veste la si voglia presentare, dovrà mai finire in mani private a servire interessi diversi dal Bene Comune.
A Torino, con la coda mezza bruciata, si sono mossi in questa direzione e attraverso uno degli strumenti di partecipazione che ogni Statuto Comunale garantisce ai propri cittadini hanno raccolto e consegnato all’amministrazione 12.085 firme a sostegno di una deliberazione di iniziativa popolare per inserire nello Statuto della città il principio che l’acqua è un Bene Comune e non una merce, e che pertanto:
- il servizio idrico integrato non ha scopo di lucro,
- la proprietà della rete di acquedotto e distribuzione è pubblica e inalienabile,
- la gestione è attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche,
- a ogni cittadino è assicurato gratuitamente un quantitativo minimo vitale d’acqua al giorno.
Semplice, inequivocabile, vincolante.












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