domenica 7 agosto 2011

EMS, l’Armageddon è in arrivo.

Quando nel 2008 la BCE (Banca Centrale Europea) ammise che in caso di difficoltà finanziarie di uno Stato Membro non esisteva il “prestatore di ultima istanza” la notizia passò in sordina, come molte di quelle che cambiano il paradigma del nostro vivere, ma chi doveva recepire il messaggio lo udì forte e chiaro mettendosi diligentemente in moto per colmare la lacrimosa lacuna.

Come suggerisce il nome stesso, il prestatore di ultima istanza è banalmente quel soggetto giuridico riconosciuto disposto a prestarti dei soldi quando più nemmeno tua madre si fida di te. Questa sorta di rete di protezione svolge normalmente la sua funzione in ambito privato. Il sistema bancario di ogni Paese finanziariamente “sviluppato” ha, nella normalità dei casi, il suo prestatore di ultima istanza che interviene quando un determinato istituto di credito è a corto di liquidità o rischia addirittura l’insolvenza.

In alcuni Paesi, come ad esempio in Italia, il suo funzionamento è un tantino più bizzarro che in altri. Nella variegata casistica europea è costituito normalmente come un fondo di riserva dove annualmente le banche versano ex ante una percentuale prestabilita dei depositi raccolti. Il salvadanaio del Prestatore di ultima istanza è così pronto a far fronte alle esigenze contingenti del sistema nella misura garantita dal suo portafoglio. Da noi, invece, le banche calcolano il dovuto da girare a questo serbatoio comune di riserva che, in ultima analisi, è il salvagente dei correntisti, ma trattengono il denaro deputato a rimpinguare il fondo, riservandosi di versarlo solo ex post, cioè nel caso effettivo di utilizzo da parte di Istituti in difficoltà.

Ad ogni buon conto nel Bel Paese come oltre frontiera la scialuppa di salvataggio finanziaria calata a mare resta a galla solo se a salirci è un naufrago non troppo zavorrato: una serie di default bancari consecutivi o un istituto molto “grosso”, scivolato sulla buccia di banana di un derivato marcio, rischiano comunque di far ribaltare il Prestatore mettendo di fronte alla collettività (lo Stato) il dilemma sull’opportunità di intervenire usando i denari di “Pantalone”, cioè i nostri, oppure lasciare che chi ha rischiato troppo affoghi nel mare dei propri debiti.

Modalità di intervento, campo di applicazione, ampiezza del raggio di azione variano da Paese a Paese ma alla fine del tunnel il Prestatore Primo, cioè il Prestatore di Ultima Istanza del Prestatore di Ultima Istanza, è sempre lo Stato, alias “Pantalone”. Ne sanno qualcosa l’Inghilterra e L’Olanda che all’inizio della crisi finanziaria hanno dovuto soccorrere i propri correntisti lasciati in braghe di tela dal fallimento delle banche islandesi a cui avevano affidato i risparmi allettati da promesse di facili e lauti guadagni…

La leggenda islandese gira in queste settimane sulla rete come un TamTam di guerra, una sorta di chiamata alle armi del Popolo di internet contro lo scippo della Sovranità monetaria sottratta al Popolo. Gente fiera quella islandese, 320.000 isolani incazzati che hanno rifiutato categoricamente di pagare la crisi generata da quello stesso sistema finanziario responsabile, fino al 2008, del loro benessere economico.

La storia racconta che Inghilterra e Olanda, dopo aver coperto le perdite dei rispettivi investitori privati, bussarono alla porta del governo islandese annunciando di volersi rivalere sull’isola secondo il diritto internazionale. L’allora Governo in carica, nel nazionalizzare le banche fallite, predispose un piano di risanamento costituito essenzialmente da un salasso economico sulle tasche dei propri cittadini, i quali, per tutta risposta, costrinsero l’esecutivo e il Parlamento alle dimissioni ed elessero un nuovo gruppo dirigente votato alla resistenza e alla guerra ad oltranza contro le pretese dei creditori istituzionali esteri.

Dopo pochi mesi di infruttuose trattative con il Fondo Monetario Internazionale anche il nuovo governo, incalzato dalle crescenti pressioni esterne e da una serie di minacce non troppo velate, indisse un referendum che lasciò al popolo la decisione di accettare o meno la stangata finanziaria. Ogni singolo islandese avrebbe dovuto rimborsare attraverso le tasse qualcosa come 18.000 euro in 15 anni per risarcire un debito contratto tra due soggetti privati. Scontata la bocciatura, l’Islanda ha scelto la strada della ribellione ripudiando il debito estero, azzerando la costituzione e riscrivendone una tutta nuova e partecipata rispondente alle esigenze e alle aspettative del Popolo Sovrano.

La moderna leggenda “vichinga” però finisce qui, perché in realtà l’Islanda è sotto processo per insolvenza e rischia un isolamento economico e politico che metterà ben presto i suoi abitanti di fronte alla realtà nuda e cruda. Con una bilancia commerciale negativa, messa li a dimostrare quanto il Paese sia dipendente dall’esterno in termini energetici e alimentari, non ci vorrà molto a far capire ai suoi valorosi e fieri cittadini che non basta urlare la propria libertà per togliersi le catene di dosso. Alla prima uscita in mare aperto, quando sarà necessario rinnovare un accordo commerciale o contrattare l’acquisto di una riserva alimentare, dall’altra parte una voce non troppo gentile risponderà: “Prima paga i tuoi debiti schiavo, e con gli interessi maggiorati, visto che hai provato a scantonare…”.

Questa è la realtà, queste le regole che più o meno consapevolmente ci siamo dati, queste le catene che abbiamo scelto volontariamente di indossare… e ancora è poco rispetto a quanto ci siamo riservati per il futuro nostro e dei nostri figli.

Da qualche tempo è in atto un attacco speculativo contro l’Europa e l’euro, che si materializza attraverso perdite consistenti della borsa e aumenti del saggio di interesse sull’emissione dei Titoli di Stato. Oggi tutti sanno di cosa si parla quando viene nominato il famigerato differenziale di rendimento tra Btp italiano e Bund tedesco. E’ diventato una sorta di “incubo ariano”. Ogni punto d’interesse in più sulle nostre emissioni sono una ventina di miliardi di euro in più che dobbiamo restituire a chi ci presta il proprio denaro.

La manovra finanziaria del calibro di quella varata quest’anno dal Governo, nonostante tutto il carico sociale che si lascerà dietro le spalle, è comprensibilmente considerata poca cosa dai mercati. L’Italia, con il suo debito pubblico di 1800miliardi di euro, dovrebbe calare sulla collettività “scuri draconiane” di peso ben maggiore per sperare di ridurre il debito stesso. Diciamo, senza rischiare di sovrastimare troppo la situazione, che un ventennio di lacrime e sangue tra i 100 e i 120 miliardi di euro all’anno potrebbero riportare l’enorme fardello del debito sotto i 1000miliardi di euro trasformando il brutto anatroccolo nel bel cigno che il mercato saprebbe apprezzare. Questo solo in teoria, perché con certe sciabolate, il rischio di una guerra civile e di una rivoluzione in stile islandese non sarebbe poi così remota anche nel nostro dormiente Paese, e in più suzioni finanziarie di cotanta portata finirebbero per esaurire completamente la linfa “vitale” della crescita, unica alternativa, almeno secondo gli economisti più accreditati, a una morte prima economica e poi sociale.

Allora cosa sta accadendo? Vogliono affossare l’Italia e le sue compagne di merende, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna? Oppure stanno cercando di affossare l’euro?

Il mercato risponde nell’unico modo che conosce, valutando gli stati e le loro esposizioni come fossero una merce: se non profuma o peggio se odora di vecchio e di marcio è meglio non acquistare e se proprio il rischio va assunto allora maggiore deve essere il relativo guadagno. Da più parti si comincia addirittura a parlare della possibilità di un Default programmato con l’uscita dei Paesi in difficoltà dall’area euro e conseguente svalutazione di una nuova moneta coniata, a bella posta, per l’occasione imperdibile di ristrutturare un debito ormai non più sostenibile. Altro sangue anche in questo caso, ma con la consolazione di recuperare competitività reale grazie alle differenze di cambio con le altre monete. Sembra sia giunto il momento della verità, il tempo e il luogo che decideranno i destini ormai segnati dell’euro e dell’europa.

Invece non accadrà proprio nulla, l’euro non salterà, l’europa non si dividerà e l’Italia non respirerà l’aria della nuova primavera araba. Il futuro è già stato scritto e purtroppo assomiglia molto a quelle torture rituali in cui dopo averti quasi dissanguato del tutto ti lasciano in vita levandoti ogni giorno quel tanto di sangue che ti impedisce di reagire e di ribellarti senza però mai darti il colpo di grazia. Una sorta di esistenza latente divisa tra la schiavitù economica e quella sociale.

La tecnica usata per raggiungere questo risultato è stata quella ipercollaudata di creare o causare il problema, generare una reazione generalizzata di paura e poi offrire una soluzione studiata a tavolino che porta esattamente la dove si vuole arrivare.

La nuova giostra che si sono inventati si chiama E.M.S (Meccanismo di stabilità europea) ed è definito amichevolmente dagli addetti ai lavori un “veicolo” finanziario. Questo strumento permanente studiato e adottato con modifica dell’articolo 136 del Trattato di Lisbona approvata il 25 marzo 2011 prevede l’ampliamento e il potenziamento sia economico che operativo di un “veicolo” temporaneo già operante da alcuni mesi che ha tamponato recentemente piccole falle finanziarie sia in Portogallo che in Irlanda. La ratifica del trattato sarà completata da tutti i Paesi europei entro l’inizio del 2013 data in cui L’E.M.S. sostituirà definitivamente l’attuale sistema di salvataggio. La base di partenza del nuovo scudo di protezione presenta una potenza di fuoco di tutto rispetto: si parla di una disponibilità di 400miliardi di euro garantiti da un fondo di oltre 700miliardi necessario a fornire al “veicolo” stesso la possibilità di operare in piena sicurezza concedendo prestiti, attuando salvataggi, acquistando Titoli di Stato di Paesi Membri ed emettendo obbligazioni in tripla A. Avete letto bene, l’E.M.S., che a regime dovrebbe accumulare riserve operative vicine a 2000miliardi di euro + relative garanzie, previo parere concertato con la BCE, potrà raccogliere denaro sul mercato dei capitali privati emettendo titoli molto simili agli EuroBond. La cosa suona già strana così, ma la chicca del nuovo nato è relativa al sistema di accesso al credito. Nella modifica del trattato, su specifiche pressioni, è stata testualmente inserita questa oscura definizione: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.”

La stampa economica di settore descrive così il meccanismo finanziario messo in piedi: “Il fondo salva-Stati potrà concedere linee di credito fino a 30 anni con tassi che potranno scendere fino al 3,5 per cento. Potrà inoltre sostenere la ricapitalizzazione delle banche e muoversi sul mercato secondario per acquistare titoli di Stato emessi da qualsiasi Paese: non solo quelli aiutati nell'ambito di un piano di risanamento concordato con Ue e Fmi (quindi anche Italia, Spagna e Belgio). Spetterà alla Bce stabilire l'esistenza di «circostanze eccezionali» per consentire l'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario al fine di evitare il contagio. Gli interventi saranno basati su un programma «precauzionale» e gli Stati dell'Eurozona, con l'obiettivo di tranquillizzare i mercati, si sono impegnati ad avviare azioni concrete per rendere effettive le loro decisioni il più presto possibile. Il sostegno sarà condizionato a un programma di risanamento e prevede il coinvolgimento dei creditori privati. L'E.S.M. avrà lo status di creditore preferenziale. Previsto anche un sistema di clausole di azione collettiva sulla ristrutturazione del debito.”

Vengono i brividi solo a pensarci. Capitale e interessi privati perfettamente amalgamati e integrati all’interno di un “veicolo” finanziario salva Stati munito di clausole coercitive che permetteranno qualsiasi tipo di ricatto legalizzato in cambio di soldi. Il sogno dei Chicago boys si avvera.

G.Barile

Continua...

martedì 15 febbraio 2011

La vera "ricetta" della coca-cola

Sembra sia stata svelata la vera ricetta.
Che cazzata!!...
Questi sono gli ingredienti della coca-cola:

MAGGIO 2010: UN TRIBUNALE ALGERINO HA CONDANNATO LA SOCIETÀ LOCALE D'IMBOTTIGLIAMENTO DI COCA-COLA, LA SOCIÉTÉ DE BOISSONS DE L'OUEST ALGÉRIEN, PER AVER INQUINATO CON LE ACQUE DI SCARICO ALCUNI TERRENI AGRICOLI CIRCOSTANTI LO STABILIMENTO. LA SANZIONE COMMINATA È PARI A CIRCA 5.500 EURO, MA OLTRE CIÒ LA SOCIETÀ DI IMBOTTIGLIAMENTO DOVRÀ RISARCIRE OLTRE 120.000 EURO DI DANNI A DUE IMPRESE AGRICOLE DELLA ZONA (RSI NEWS, 18/05/2010).
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APRILE 2010: IN INDIA SONO ANCORA IN CORSO LOTTE POPOLARI PER OTTENERE LA CHIUSURA DEGLI STABILIMENTI DI IMBOTTIGLIAMENTO COCA-COLA, ACCUSATI DI IMPOVERIRE L'AMBIENTE E LE CONDIZIONI DI VITA DEGLI INDIANI. LA PRIMA VITTORIA È GIUNTA NEL MARZO 2004, ALLORCHÉ LE AUTORITÀ DEL KERALA ORDINARONO LA CHIUSURA DELL'IMPIANTO DI PLACHIMADA, DOPO AVER CONSTATO CHE LO STABILIMENTO AVEVA POMPATO DAL SOTTOSUOLO MILIONI DI LITRI DI ACQUA AL GIORNO, FACENDO SCENDERE IL LIVELLO DI FALDA E PROSCIUGANDO I POZZI PER BERE ED IRRIGARE. SECONDO LE DENUNCE, LE ATTIVITÀ DELLO STABILIMENTO PRODUCEVANO FANGHI TOSSICI A ELEVATO TENORE DI CADMIO, CHE TRATTATI IN MODO INAPPROPRIATO STAVANO INQUINANDO I TERRENI CIRCOSTANTI E LE FALDE. PRIMA CHE INTERVENISSERO LE AUTORITÀ AMBIENTALI I FANGHI VENIVANO ADDIRITTURA VENDUTI COME CONCIME A CONTADINI INCONSAPEVOLI. UN RAPPRESENTANTE DELLE AUTORITÀ DELLA REGIONE È STATO ANCHE INDAGATO PER PRESUNTE TANGENTI CHE SAREBBERO STATE ELARGITE DALLA SOCIETÀ DI IMBOTTIGLIAMENTO AL FINE DI NASCONDERE I DATI REALI DELL'INQUINAMENTO DEL TERRITORIO. NEL MARZO 2010, UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA VOLUTA DALLO STATO INDIANO HA STIMATO IN 48 MILIONI DI DOLLARI I DANNI CAUSATI DALL'IMPIANTO DI IMBOTTIGLIAMENTO, CHE “SENZA ALCUN DUBBIO – SCRIVE LA COMMISSIONE - HA IMMENSAMENTE DANNEGGIATO L'AMBIENTE, LA SALUTE E LE CONDIZIONI DI VITA DELLE COMUNITÀ LOCALI, VIOLANDO A PIÙ RIPRESE LA LEGGE.” LA SECONDA VITTORIA È STATA OTTENUTA NELL'OTTOBRE 2007 CON LA CHIUSURA DELL'IMPIANTO DI BALLIA NELLO STATO DELL'UTTAR PRADESH. ANCHE NEI SUOI CONFRONTI ERANO STATE MOSSE ACCUSE SIMILI. INTANTO CONTINUANO LE PROTESTE NELLO STATO DEL VARANASI, PER OTTENERE LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO DI MEHDIGANJ, E NELLO STATO DEL RAJASTHAN CONTRO LO STABILIMENTO DI KALA DERA (WWW.INDIANESOURCE.ORG).
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FEBBRAIO 2010: UN RAGAZZO CINESE DI 13 ANNI, RESIDENTE A BEIJING, HA SUBITO UN INTOSSICAZIONE DA MERCURIO IN SEGUITO ALL'ASSUNZIONE DI UNA LATTINA DI SPRITE. UN FATTO ANALOGO ERA ACCADUTO NELLA STESSA CITTÀ TRE MESI PRIMA, NEL NOVEMBRE 2009 (AUSTRALIAN FOOD NEWS, SECOND MERCURY POISONING CASE LINKED TO COCA-COLA’S SPRITE BRAND, 5 FEBBRAIO 2010).
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GIUGNO 2009: COCA-COLA HA DOVUTO FORNIRE ACQUA IN BOTTIGLIA A UNA VENTINA DI FAMIGLIE DELLA CITTADINA DI PAW PAW, NEL MICHIGAN, PER RIMEDIARE AL DANNO PROCURATO ALLE FALDE ACQUIFERE DELLA ZONA. I RIFIUTI DELLO STABILIMENTO DI IMBOTTIGLIAMENTO, VERSATI SUI CAMPI LIMITROFI PER OLTRE VENT'ANNI ANCHE GRAZIE A PERMISSIVE LEGGI, HANNO CONTAMINATO IL SOTTOSUOLO CON METALLI PESANTI, OBBLIGANDO LE AUTORITÀ A VIETARE L'USO DELL'ACQUA DEL RUBINETTO. A GENNAIO 2010 LE AUTORITÀ AMBIENTALI STANNO ANCORA VALUTANDO L'ENTITÀ DEL DANNO CAUSATO DALLO STABILIMENTO (STUDIO LEGALE WEITZ & LUXENBERG P.C., 30 GIUGNO 2009).
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FEBBRAIO 2009: AMCAN BEVERAGES INC.,FILIALE STATUNITENSE DI COCA-COLA HA PATTEGGIATO 7,6 MILIONI DI DOLLARI CON L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI AMERICAN CANYON, CALIFORNIA, DOVE HA SEDE UNO SUO STABILIMENTO PRODUTTIVO. LE AUTORITÀ LOCALI HANNO ACCUSATO LA SOCIETÀ DI AVER RIVERSATO NEGLI IMPIANTI DI DEPURAZIONE DELLA CITTÀ CONTAMINANTI NON AUTORIZZATI. LA SOCIETÀ HA AMMESSO L'ILLECITO MA HA INDICATO COME COLPEVOLI ALCUNI DIPENDENTI NON PIÙ IN ORGANICO (CITY OF AMERICAN CANYON, USA: COCA-COLA SUBSIDIARY AMCAN BEVERAGES PAYS US$7.59 MILLION OVER ALLEGED WASTEWATER VIOLATIONS, 11 FEBBRAIO 2009).
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FEBBRAIO 2009: LA SOCIETÀ PRODUTTRICE DELLA BIBITA “ENVIGA” PARTECIPATA DA COCA-COLA E NESTLÈ HA DOVUTO PAGARE 650 MILA DOLLARI PER RIMEDIARE ALL'ACCUSA DI PUBBLICITÀ INGANNEVOLE MOSSAGLI DAI CONSUMATORI DI OLTRE 27 STATI USA. LA BIBITA AL TÈ ERA PRESENTATA AI CONSUMATORI COME “BRUCIATORE DI CALORIE” CON PROPRIETÀ DIMAGRANTI. IL PROCURATORE GENERALE DEL CONNECTICUT, TITOLARE DELL'INCHIESTA, HA OTTENUTO DALLA SOCIETÀ, SIA IL PATTEGGIAMENTO DELLA SOMMA DA DISTRIBUIRE IN PROPORZIONI DIVERSE AI VARI STATI, SIA L'IMPEGNO A MODIFICARE L'INGANNEVOLE MESSAGGIO PROMOZIONALE (CHICAGO TRIBUNE, COKE, NESTLE SETTLE SUIT OVER WEIGHT-LOSS CLAIMS FOR ENVIGA, 26 FEBBRAIO 2009).
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MAGGIO 2008: COCA-COLA HA PATTEGGIATO 138 MILIONI DI EURO PER CHIUDERE UN CASO DI FRODE FINANZIARIA DENUNCIATO NEL 2000 DA UN GRUPPO DI AZIONISTI (THE COCA-COLA COMPANY, FORM 10K 2008).
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2007: ANALISI DELLA FOOD AND DRUG ADMINISTRATION (FDA) HANNO RILEVATO CHE IN UN CAMPIONE DI “FANTA PINEAPPLE” COMMERCIALIZZATO DA COCA COLA NEGLI STATI UNITI ERANO PRESENTI DOSI DI BENZENE IN QUANTITÀ DOPPIA RISPETTO I LIMITI IMPOSTI PER LA SALUBRITÀ DELL’ACQUA POTABILE. IL BENZENE È STATO TROVATO ANCHE NEI CAMPIONI DI ALTRE CASE PRODUTTRICI E SI FORMEREBBE QUANDO L’ACIDO CITRICO (VITAMINA C), CONTENUTO NEI SUCCHI DEGLI AGRUMI INCONTRA UN CONSERVANTE, IL BENZOATO DI SODIO (E 211). C’È DA DIRE CHE TUTT'ORA NON ESISTONO LIMITI LEGISLATIVI PER LE BEVANDE GASSATE, MA È NOTO CHE IL BENZENE È UNA SOSTANZA CANCEROGENA. L’ALLARME ERA STATO LANCIATO QUALCHE ANNO PRIMA DA NUMEROSE ASSOCIAZIONI IN DIFESA DEI CONSUMATORI. IN ITALIA IL CASO È STATO DENUNCIATO DALLA RIVISTA “IL SALVAGENTE”, CHE NEL 2006 HA REALIZZATO ANALISI SU VARI PRODOTTI TRA CUI UNA CONFEZIONE DI FANTA, RISULTATA CONTAMINATA OLTRE CINQUE VOLTE IL LIMITE DELLE ACQUE POTABILI (U.S. FOOD AND DRUG ADMINISTRATION, DATA ON BENZENE IN SOFT DRINKS AND OTHER BEVERAGES, 16 MAGGIO 2007; IL SALVAGENTE, BENZENE IN BOTTIGLIA - I DATI DELL'ALLARME, NOVEMBRE 2006).
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MARZO 2006: L’IMPRESA DI IMBOTTIGLIAMENTO SOUTH INDIA BOTTLING COMPANY PRIVATE LIMITED LICENZIATARIA COCA COLA, È STATA MESSA SOTTO INCHIESTA DALL’ALTA CORTE DI MADURAI BENCH NELLO STATO INDIANO TAMIL NADU PER LA MORTE DI UN CAPO COMUNITÀ AVVENUTA NELL’AGOSTO 2005. SECONDO QUANTO DENUNCIATO DALLA MOGLIE, V.KAMSAN, SINDACO DEL VILLAGGIO DI GANGAIKONDAN, DOPO ESSERSI OPPOSTO IN CONSIGLIO COMUNALE ALLA COSTRUZIONE DI UN NUOVO STABILIMENTO PRODUTTIVO È STATO OGGETTO DI PRESSIONI E MINACCE ED ADDIRITTURA SEQUESTRATO PER ALCUNI GIORNI. TORNATO A CASA IL 28 AGOSTO IN PESSIME CONDIZIONI È MORTO DUE GIORNI DOPO. (CORPWATCH, POLICE INVESTIGATE DEATH OF COCA-COLA BOTTLING PLANT OPPONENT, FEBBRAIO 2006).
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MAGGIO 2006: COCA COLA, IN SEGUITO ALLA DENUNCIA DI UN CONSUMATORE, HA DOVUTO RITIRARE DAL MERCATO GIAPPONESE 2 MILIONI E QUATTROCENTOMILA CONFEZIONI DI BIBITE CONTAMINATE DA POLVERE DI FERRO. COCA COLA HA ATTRIBUITO LA CONTAMINAZIONE AL GUASTO DI UNA LINEA PRODUTTIVA (ANSA, 10 MAGGIO 2006).
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MAGGIO 2006: LO STATO DELLA CALIFORNIA HA FATTO CAUSA ALLA COCA COLA PER AVER IMPORTATO DAL MESSICO MILIONI DI BOTTIGLIE DECORATE CON VERNICI CONTENENTI PIOMBO, IN CONCENTRAZIONI SUPERIORI AI LIVELLI CONSENTITI. LO STATO AVEVA FATTO CAUSA PER UNA VICENDA SIMILE ANCHE A PEPSI, LA QUALE AVEVA PREFERITO PATTEGGIARE UNA MULTA DI 2,25 MILIONI DI DOLLARI E RITIRARE LE BOTTIGLIE INCRIMINATE DAI NEGOZI (LA REPUBBLICA, CALIFORNIA, CAUSA ALLA COCA COLA: BOTTIGLIETTE CON TROPPO PIOMBO, 16 MAGGIO 2006).
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2006: UNO STUDIO DELL’ASSOCIAZIONE INDIANA CENTRE FOR SCIENCE AND ENVIROMENT HA DENUNCIATO LA PRESENZA DI MISCELE DI PESTICIDI ALL’INTERNO DELLE LATTINE COCA-COLA E PEPSI VENDUTE IN INDIA. DALLE ANALISI DI LABORATORIO È RISULTATO CHE OGNUNA DELLE 57 CONFEZIONI ANALIZZATE, CHE PROVENIVANO DA 25 STABILIMENTI DI IMBOTTIGLIAMENTO DISLOCATI NEI 12 STATI INDIANI, ERANO CONTAMINATE DA UNA MISCELA DI 3-6 PESTICIDI, ALCUNI CONSIDERATI CANCEROGENI COME IL LINDANE O ADDIRITTURA VIETATI COME L’EPTACLORO. IN MEDIA LE CONFEZIONI COCA COLA CONTENEVANO DOSI SUPERIORI DI 27 VOLTE IL LIMITE FISSATI DAL BUREAU OF INDIAN STANDARDS (BIS), MENTRE QUELLE PEPSI DI 30 VOLTE. C’È DA DIRE CHE IN INDIA ANCORA NON ESISTONO LEGGI CHE DISCIPLINANO LA PRESENZA DI PESTICIDI NEGLI ALIMENTI (CENTRE FOR SCIENCE ED ENVIRONMENT, SOFT DRINKS, HARD TRUTHS II, 2 AGOSTO 2006). IN SEGUITO ALL’ALLARME, NEL 2006, LE AUTORITÀ DELLO STATO DEL KERALA HANNO BANDITO LA VENDITA E LA PRODUZIOE DI COCA COLA NELLA REGIONE. ALTRI CINQUE STATI (GUJARAT, MADHYA, ANDRA PRADESH, RAJASTHAN, CHATTIGARS E KARNATAKA) NE HANNO VIETATO LA VENDITA NELLE SCUOLE. TUTTAVIA COCA-COLA SI È APPELLATA AI TRIBUNALI PER ANNULLARE LA DECISIONE (LA REPUBBLICA, LA COCA COLA CONTRO LO STATO DEL KERALA. NON PUÒ VIETARNE LA VENDITA, 15 AGOSTO 2006).
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2004, EL SALVADOR: SFRUTTA BAMBINI PER IL TAGLIO DELLA CANNA DA ZUCCHERO, CON GIORNATE LAVORATIVE DI NOVE ORE SOTTO UN SOLE COCENTE E SENZA NESSUNA COPERTURA SANITARIA.
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2003, PANAMA: MULTATA PER AVER INQUINATO CON COLORANTE ROSSO (USATO NEI PROPRI SUCCHI DI FRUTTA) IL FIUME MATASNILLO E LA BAIA DI PANAMA. LA COSTA È RIMASTA DI COLORE ROSA.
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2003, USA: LICENZIA 3.700 LAVORATORI E ALLO STESSO TEMPO PAGA ALLE SUE SEI CARICHE PIÙ ALTE 8.400.000 $ COME BONUS DI PRODUTTIVITÀ. 2002, PAKISTAN: VENGONO FOTOGRAFATE LE PRATICHE DI SFRUTTAMENTO INFANTILE DELLA THE COCA-COLA COMPANY, ATTRAVERSO L’IMPIEGO DI BAMBINI PER CUCIRE PALLONI DA CALCIO PROMOZIONALI A SIALKOT. 2000, CHIAPAS: LA THE COCA-COLA COMPANY DOPO AVER PRIVATIZZATO L’ACQUA DELLA RISERVA ECOLOGICA DEL CERRO HUITEPEC, HA DISTRIBUITO ACQUA CONTENENTE DUE VOLTE LA QUANTITÀ DI PIOMBO PERMESSA DALLE AUTORITÀ SANITARIE.
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DAL 1999 – 2000 AD ATLANTA (USA): La THE COCA-COLA COMPANY È STATA SANZIONATA 10 VOLTE PER LE CONDIZIONI DI INSALUBRITÀ DEI SUOI IMPIANTI E PER GRAVI DISPERSIONI DI PRODOTTI CHIMICI DALL’ ORGANISMO PER LA SICUREZZA E LA SALUTE SUL LAVORO (OSHA).
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1999, POLONIA: LA THE COCA-COLA COMPANY È STATA CONDANNATA PER AVER VENDUTO BIBITE CONTAMINATE CON FUNGHI.
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1999 BELGIO E OLANDA: LA THE COCA-COLA COMPANY È STATA CONDANNATA PER AVER VENDUTO BIBITE CONTAMINATE CON BIOSSIDO DI CARBONIO.
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1999 FRANCIA: LA THE COCA-COLA COMPANY È STATA CONDANNATA PER AVER VENDUTO BIBITE CONTAMINATE CON VELENO PER TOPI.
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REPRESSIONE SINDACALE IN COLOMBIA: SONO STATI DOCUMENTATI 9 OMICIDI E 179 CASI DI MINACCE, SEQUESTRI E TORTURE AI LAVORATORI; L’AZIENDA SI SERVE DI PARAMILITARI PER METTERE A TACERE IL SINDACATO SIANALTRAINAL.
- 1990: assassinio di A. Eloy durante uno sciopero. Era un membro della giunta esecutiva del Sinaltrainal e del Comitè de Huelga (“Comitato per lo Sciopero” n.d.t.).
- 1994: assassinio di J. Eleazar. Poco dopo verranno assassinati L.E. Giraldo e L.E. Gòmez - tutti lavoratori della Coca-Cola e dirigenti sindacali nel municipio di Carepa – quando si stava negoziando un dossier di richieste.
- 1996: Coca-Cola chiude la fabbrica per licenziare 150 operai appartenenti al sindacato. Nella stessa fabbrica si suicida G.G. Maigual dopo la sospensione dello stipendio. Due anni dopo Coca-Cola apre di nuovo i battenti, con lavoratori precari.
- 1996: assassinato sul posto di lavoro I.S. GIL, negoziatore del dossier prima menzionato. Suo fratello lasciò il posto di lavoro a causa di minacce. Sua moglie fu assassinata nel 2000.
- 1997: Luis Adolfo Mùnera viene assassinato due settimane dopo aver vinto una causa contro la Coca-Cola.
- 2001: tutti i lavoratori del paese che si occupavano dell’imbottigliamento vengono rinchiusi contro la loro volontà e subiscono pressioni perché si sottomettano alla nuova legislazione. Ci furono 1000 licenziamenti.
- 2001: assassinato O.D. SOTO che aveva sostituito I.S. GIL nella negoziazione dello stesso dossier di richieste.
- 2002: assassinato A.J MÚNERA LÓPEZ, dirigente di Sinaltrainal e vicepresidente della Central Unitaria de Trabajadores (“Centrale Unitaria dei Lavoratori” n.d.t.).TUTTO CIÒ PER POTERE PAGARE STIPENDI DA 80 EURO MENSILI, CONTRO I 400 CHE DEVONO ESSERE DATI A CHI HA UNA TESSERA SINDACALE.
IN ITALIA, DALL'ORDINANZA DEL GIP PAOLA BELSITO DEL 21 SETTEMBRE 2006, A SEGUITO DELLA QUALE SONO STATI ESEGUITI 21 ARRESTI, SI RILEVA CHE A PARTIRE DAL 2000 LA FILIALE ITALIANA DELLA THE COCA-COLA COMPANY AVREBBE FATTO RIFERIMENTO A UNA SOCIETÀ DI INVESTIGAZIONE DI FIRENZE, LA POLIS D'ISTINTO, PER FAR PEDINARE E CONTROLLARE UN PROPRIO DIRIGENTE. LA SOCIETÀ DI INVESTIGAZIONE SI SERVE DI UN EX-AGENTE DEL SISDE, MARCO BERNARDINI, PER RACCOGLIERE INFORMAZIONI ANCHE MEDIANTE FORZE DELL'ORDINE DEVIATE E ACCESSO ILLECITO A BANCHE DATI RISERVATE PER CONOSCERE LA SITUAZIONE BANCARIA E IMMOBILIARE DEL PROPRIO DIRIGENTE, DEI SUOI FAMILIARI E ANCHE DEI SUOI VICINI DI CASA. CON INFORMAZIONI RACCOLTE E/O INVENTATE VIENE COSÌ CREATO UN DOSSIER (POI SEQUESTRATO DALLA MAGISTRATURA NEL CORSO DELLE VARIE PERQUISIZIONI) CON FALSE ACCUSE DI PEDOFILIA. IL CASO VIENE ALLA RIBALTA IN QUANTO COLLEGATO ALLO SCANDALO TELECOM-SISMI DEL 2006 SULLE INTERCETTAZIONI. IL DOSSIER PORTA IL NUMERO DI PRATICA Z0032300 DELLA POLIS D'ISTINTO, PER LA QUALE LA THE COCA-COLA COMPANY AVREBBE PAGATO 133 MILIONI DI LIRE.

Bona è!!!.
Continua...

sabato 13 novembre 2010

Europa…, modico prezzo massima soddisfazione.

Siamo potenzialmente già "fottuti",
nonostante i sorrisi un po’ forzati, gli slanci d’ottimismo e le aspettative economiche a segno positivo sbandierate al vento da chi al momento tiene il cerino e non vuole che gli si spenga in mano. Non serve un master in economica per rendersi conto che ad una situazione economica generale molto seria, ma non ancora catastrofica, corrispondono territorialmente realtà a macchia di leopardo dove in alcuni casi l’emergenza è assolutamente evidente, in altri la situazione tutto sommato è ancora accettabile. La costante di fondo è comunque una “cornice” di profonda insicurezza che solamente 10 anni fa sarebbe stata impensabile.
Una decade dalla comparsa dei primi afflati maleodoranti, biennio 2000-2002, quando alla vigilia della moneta unica la classe politica/imprenditoriale nostrana ci ammoniva sulla necessità di aderire all’euro pena la perdita di competitività del nostro sistema Paese. Con l’adozione della moneta unica bisognava a tutti i costi abbracciare la globalizzazione, abbandonando i vecchi protezionismi, e raccogliere una sfida che, solo attraverso il confronto internazionale, avrebbe premiato aziende e Paesi virtuosi.
“Accogliamo con entusiasmo l’Euro, apriamoci al mercato globale!!”
“Come, …alla Luttazzi?
“No, che avete capito…, vedrete; libera circolazione delle merci, ricchezza e sviluppo, sarà una manna per chi come noi riesce a far paura addirittura alla confindustria d’oltralpe; ooh, i primi della classe, ...non i greci o gli spagnoli!!“
Si, mica "scemi" gli industriali tedeschi, con il marco a fare da riferimento per la valorizzazione delle altre monete e un inesorabile riallineamento dei prezzi verso l’alto, in un paio d’anni dall’introduzione dell’Euro avevano già silenziosamente azzerato tutto il vantaggio competitivo che avevamo accumulato in anni di svalutazione della nostra bistrattata lira, ridotto il potere di acquisto degli nostri stipendi e depresso l’economia nazionale. Nel frattempo siamo stati invasi da merci a basso costo provenienti dal mercato globale e le nostre aziende hanno cominciato a chiudere o a delocalizzare.
“Ma la sfida è ancora aperta, …certo, a navigare in alto mare si rischia di trovar tempesta, ma proprio per questo dobbiamo impegnarci di più per vincere la guerra, per essere finalmente competitivi sul mercato globale.”
Ovviamente per raggiungere quegli obbiettivi era indispensabile modernizzare quel “pachiderma ottocentesco” costituito dal mercato del lavoro, ingessato su posizioni ormai fuori dal tempo. La competizione globale necessitava una trasformazione industriale che permettesse alle aziende quella “adattabilità”, alle mutevoli e improvvise variazioni del mercato, che solo la mobilità del lavoro poteva garantire. Mi sembra ancora di sentire il tono, al limite del beffardo, di certa “nomenclatura” bipartisan che irrideva i lavoratori preoccupati per il proliferare dei contratti a tempo determinato: “Fare lo stesso lavoro per tutta la vita? Sveglia, siamo nel mercato globale, tutto si muove, vorrete mica essere gli unici a rimanere fermi?”. …E con la complicità di quelle “schiene molli” dei sindacati in pochi anni abbiamo creato un esercito di precari pronti all’uso e all’abuso, con la solenne promessa che la maggior parte dei contratti, attraverso il recupero di competitività delle nostre imprese, si sarebbero presto trasformati in posti fissi.
Passano gli anni ma la puzza aumenta, invece di diminuire, e da afflato diventa insistente fetore. Alcune aziende sono cresciute, si sono modernizzate, una parte si è addirittura internazionalizzata, altre invece hanno chiuso, alcuni distretti manifatturieri sono stati spazzati via dalla concorrenza orientale, ma ahimè, nel frattempo, la competitività l’abbiamo persa ancora per strada.
“Ma va?! …Ora sarà impossibile credere ancora alla favoletta della gara con l’operaio che guadagna un decimo di quello che si guadagna qui.
“Ma no, vedete che non avete capito niente, se vogliamo stare sul mercato e competere, i nostri lavoratori devo mettersi in testa che è necessario, assolutamente indispensabile, aumentare la produttività degli impianti. Lavorare di più alle stesse condizioni economiche, anzi, …con qualche colpetto d’ascia qua e là ai diritti acquisiti. Solo così potremo diminuire l’unità di costo dei nostri prodotti ed essere finalmente competitivi…”
“Lavorare di più prendendo uguale, uhmm… quasi uguale che lavorare uguale prendendo di meno, uhmm… Ma poi, competitivi con chi?”.
” … sempre con l’operaio pagato un decimo di quello che danno a voi.”
“Altrimenti?”
“Altrimenti ce ne andiamo, …Marchionne docet!”
Questo è il nuovo giro di giostra, chi vuole sale, chi non vuole resta a piedi.
Mi prefiguro già il prossimo contropelo che staranno preparando per quando, tra qualche anno, ci accorgeremo che l’operaio pagato un decimo non è ancora morto…; quando capiremo che la produttività si è trasformata in merci ammonticchiate sugli scaffali o auto ferme nei depositi, perché se gira poco denaro poco si può spendere. A quel punto ci diranno che la sovra-produzione è un problema purtroppo, e che bisogna lavorare meno, …ma più mobili, meno, …ma pagati ovviamente molto meno, perché la meta è là, vicina, luminosa e splendente.
…Si chiama competitività, e quando ci arriverai stremato sarai finalmente un vero schiavo, proprio fratello a quell’odiato operaio che una volta prendeva un decimo di quello che pigliavi tu.
In fondo, l’Italia stessa o meglio, l’intera Europa non è più una Comunità Politica ed economica, qualcuno oserebbe dire anche culturale. Oggi siamo diventati una “azienda quotata”, una “merce” da piazzare sul mercato. Emettiamo “obbligazioni”, sulla base di un rating che decide quale tasso d’interesse dovremo pagare a chi ci presta i suoi soldi; sempre che ce li voglia prestare. Un vero e proprio giudizio “divino” dei mercati che fotografano istante per istante la nostra efficienza ed efficacia. Questi due luccicanti aggettivi tradotti in pratica significano strangolamento della spesa pubblica con conseguenti tagli allo Stato Sociale, ai Servizi e ai trasferimenti agli Enti Locali, cioè un impoverimento generalizzato della collettività a beneficio di un maledetto coefficiente macroeconomico: il rapporto Deficit/PIL.
Non siamo più noi a determinare i nostri destini, non più i nostri politici da strapazzo che possono solo decidere, finché glielo lasceranno ancora fare, come spazzolarci per benino affinché il mercato sia contento di noi e ci apprezzi. Noi europei siamo diventati un “prodotto”, un favoloso esperimento di finanza creativa a vantaggio di un manipolo di criminali che hanno trovato il modo di sodomizzare un intero continente di popoli.
Recentemente ho letto che la Banca Centrale Americana ha deciso di emettere nuova moneta per 600 miliardi di dollari. Una cifra enorme che servirà ad acquistare Titoli di Stato emessi dal Tesoro con i quali il governo finanzierà il disavanzo pubblico. Al di là di come abbiano speso questa enormità di denaro, per lo più spese militari e aiuti alle grandi banche e imprese in crisi, ciò che dovrebbe farci riflettere è che questa leva economica dalle conseguenze solo in parte scontate, deprezzamento della moneta e inflazione, è un privilegio che a noi non è consentito. La “Vecchia Signora” non si può più stampare in cantina il denaro di cui ha bisogno, come fanno i cowboy, ma deve chiederlo in prestito ad un soggetto terzo, che ne pretenderà la restituzione alle condizioni da lui imposte. Che sia uno Stato, un fondo sovrano, una banca o privati in nessun caso potremo fare affidamento sulla BCE per trarci d’impaccio nel momento in cui avessimo bisogno di pagare i nostri debiti. O meglio, gli unici su cui potremo contare saremo noi stessi, l’Europa intera, che per salvare dal default chicchessia, dovrà caricarsi un debito aggiuntivo sulle spalle, da ripagare facendo funzionare gli Stati membri come orologi svizzeri e punendo severamente chi sgarra. Sembrano favole ma non lo sono poi così tanto. Abbiamo finito di giocare al “Monopoli” e a dirlo è un Consigliere della banca Centrale Europea Juergen Stark, molto vicino al suo Presidente Jean-Claude Trichet, che senza tanti giri di parole ha scritto qualche settimana fa sul Financial Times Deutschland: “Quello che ci serve è una vigilanza fiscale e macroeconomica de-politicizzata (sugli Stati membri), regole di bilancio più forti e più severe, meccanismi di sanzione più semplici quando tali regole vengono violate e uno stretto coordinamento in politica economica. Una sorveglianza depoliticizzata può essere meglio realizzata da un organismo indipendente, che sia ufficiale o non ufficiale.”
…La pillola possiamo decidere di mandarla giù con l’acqua o a secco ma la cura non è in discussione e per la verità non è molto chiaro se sia meglio o peggio della malattia.

G.Barile.
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martedì 9 novembre 2010

L'accodatore del Sant'Anna

Egregio Direttore Generale Dott. Andrea Mentasti,

le sarà già capitato di “visitare” il nuovo ospedale da lei guidato. A me è toccato andarci per una visita di controllo. Il giorno prima vengo avvisato dal centralino che l’orario fissato per il mio appuntamento deve slittare di 10 minuti. Tra me e me penso: “poffarbacco, … manco in Svizzera sono così precisi”. Il giorno seguente da bravo utente mi reco alla nuova struttura con un discreto margine d’anticipo, circa tre quarti d’ora.

Il traffico, ospedale nuovo, non so dov’è il parcheggio, metti che c’è un po’ da camminare, poi devo trovare la cassa per pagare il ticket, meglio pigliarsela con calma. Così alle 10:15 faccio il mio primo ingresso nella nuova struttura. Ampi spazi luminosi, vetro ovunque, hostess gentili che ti indicano dove andare. Sembra quasi di stare nella hall di un Resort.

“Devo fare una visita ortopedica, può indicarmi gentilmente la cassa?”

“Superi quelle porte e prosegua dritto, a metà corridoio troverà un atrio, gli sportelli sono alla sua destra”.

Ringrazio e avanzo passo dopo passo in quella che mi appare come una sorta di “astronave della Salute”. Quando giungo nell’area casse di nuovo mi assale prepotente il dubbio di essere salito su un vascello spaziale. Mi sento uno stupido per essere arrivato così in anticipo. Grandi schermi luminosi, segnalano l’avanzare delle code, comode file di sedie davanti agli sportelli per rilassarsi nell’attesa del proprio turno e un pannello touchscreen che sorge direttamente dal pavimento quasi fosse una console di comando. Qui, toccando l’area sensibile del video relativa alla propria esigenza medica, si ritira un tagliando con stampato sopra un codice (il mio era A120) che funge da “accordatore”. Rimango letteralmente inebetito, mi guardo attorno per capire se son desto o sto sognando, quando da dietro una giovane hostess mi invita ad accomodarmi. Scelgo una delle ultime file, mi siedo comodamente e rigiro tra le mani il mio accordatore. Mentre lo osservo, ancora un po’ smarrito, ripassano davanti ai miei occhi, persi verso gli sportelli, scene di gente che scavalca le file e fa la furba per passarti davanti senza la minima vergogna e penso tra me e me con un pizzico di sadica soddisfazione: “AAhhaa!!... adesso finalmente è finita!! …niente più “poffarbacchi” che ti si infilano anche da sotto le gambe e che non puoi toccare neanche con un dito perché sei grande e grosso e oltretutto finiresti nei guai. Niente più inutili e penose discussioni e noiosi litigi per insegnare l’educazione a persone che non hanno il minimo rispetto per il prossimo”.

Mi sto crogiolando in questi dolci pensieri quando noto che le file vengono smaltite con una certa difficoltà dalle addette alle casse. Le operatrici sono spesso impegnate al telefono e l’orologio scorre. Sugli schermi del sistema accordatore, ogni volta che uno sportello finisce di servire un utente, appare il successivo codice in prenotazione e suona un campanello. Credo di averlo sentito una cinquantina di volte prima del mio turno e nel frattempo sono passati 35 minuti.

Non serve una laurea per capire come mai le operatrici stanno così spesso con la cornetta all’orecchio: se devi compilare un form dati, l’unico strumento a tua disposizione è un PC con relativa stampante e sul tuo volto si legge una smorfia che altalena tra il panico e lo sconforto probabilmente il “sistema” non funziona a dovere e sei bloccata ogni due per tre al telefono con l’assistenza. Risultato: operatrici demotivate e inutili attese. Anzi…, amare attese.

Sulla mia destra due file più avanti siede un papà con la sua figlioletta. Attende come tutti il suo turno. Dall’agitazione con cui muove su e giù la testa per guardare lo schermo si capisce che ha una certa urgenza e che il suo turno è imminente. Comparso il suo numero, raccoglie dalla sedia la giacca della bambina che ha per mano e si dirige verso il relativo sportello; ma appena prima di giungere di fronte all’operatrice, una signora spuntata dal nulla si infila davanti a lui soffiandogli il posto. L’ho visto guardare incredulo più volte il suo biglietto e il codice sullo sportello occupato dalla furbetta di turno. Non sa cosa fare, probabilmente vorrebbe inveire contro chi gli è passato davanti così vigliaccamente, ma guarda la figlia e infine si rivolge allo sportello di fianco che nel frattempo si è liberato. La signorina dello sportello prende il suo tagliando, lo guarda e restituendolo gli comunica seccata che non è il codice in prenotazione e quindi non può essere servito. La difficoltà della lingua, il signore probabilmente è straniero, non gli impedisce di spiegarsi e di evidenziare che lui ha correttamente atteso il suo turno ma che, una volta chiamato, il suo posto è stato occupato da una signora che nemmeno ha in mano il tagliando.

Ho seguito questa scena colmo di sgomento e il mio animo si è quietato solo quando l’addetta allo sportello, capita la situazione, ha fatto accomodare il papà e la bambina, che mi pareva camminasse con una certa difficoltà.

Giunto il mio turno e sbrigate le formalità di cassa, senza intoppi, l’addetta mi consegna un nuovo tagliandino su cui è riportato il mio solito codice accodatore (sempre A120), la sezione dove recarmi (poliambulatorio 2), la sala di attesa (area 2) e l’ora della visita 10:55.

Guardo l’orologio, ore 10:50. Meno male che sono partito presto, …al pelo!!

Attraverso vari corridoi, seguendo le indicazioni sui cartelli, finché giungo a destinazione. Non c’è una vera e propria sala d’attesa di fianco alle stanze per le visite. C’è una fila di sedie a lato delle porte dove si può attendere il proprio turno. Sono tutte occupate meno una, ma non mi siedo, preferisco fare due passi e osservare l’ospedale. Giro l’angolo del corridoio, sbircio in lontananza, poi torno sui miei passi e osservo un enorme schermo Nec montato in verticale sulla parete. Riporta i codici accodatori dei pazienti in attesa della visita. Il mio codice è in fondo, l’orario dell’appuntamento è confermato, 10:55. Bene… non faccio in tempo a finire mentalmente la parola che analizzando con attenzione le righe dello schermo,mi accorgo di avere davanti 1 ora di attesa. Il primo della lista, che ancora deve entrare, è quello delle 10:05 e dopo di lui c’è quello delle 10:10, 10:15, 10:20, 10:25, 10:30, … uno ogni 5 minuti. Mi giro verso le persone sedute sulle sedie li guardo tutti, loro mi guardano a loro volta, capiscono che ho capito e, chi con un sospiro, chi con un brontolio, abbassano lo sguardo. …Ma come, tutto sto popò di casino, tecnologia dappertutto, per farmi dire da uno schermo piatto che devo fare un’ora di fila per una visita di controllo programmata da settimane? Un ora di attesa, mo’ che faccio? Un giro potrebbe essere un’idea, intanto cerco il bagno. Mentre cammino e passo da una sezione all’altra ripenso alla beffa della coda e i fumi mi salgono al cervello. Finalmente dopo molto vagare trovo un bagno, entro e …sorpresa, il bagno è diviso solo tra normodotati e portatori d’handicap, maschietti e femminucce devo condividere lo stesso servizio. Mi sembra un’assurdità, ma tant’è, sbrigo la “pratica” e torno verso i miei compari di coda.

Ormai sono nervosamente rassegnato, faccio un paio di telefonate di lavoro, avviso mia moglie e l’ufficio che sono in ritardo e poi visto che non ho altro da fare per tre quarti d’ora decido di andare a lamentarmi all’accettazione. La signora dietro al banco mi guarda con compassione e mi informa che l’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) è ancora nel vecchio ospedale. Poffarbacco, nemmeno la soddisfazione di sfogarsi con qualcuno…

In realtà non sono irritato per la perdita di tempo, ma perché odio essere preso per i fondelli. Non me la so spiegare altrimenti la telefonata del giorno precedente che mi spostava la visita di 10 minuti. Mentre torno verso la sala visite del poliambulatorio 2 ripenso ai 260 milioni di euro spesi per costruire questo ospedale e mi dico: “No, questa non è solo una presa in giro, è una vera e propria truffa. A cosa è servito spendere tutti questi soldi se poi il servizio deve essere così scadente? Chi ci ha guadagnato? Non certo l’utente che oltretutto paga un ticket per subire impotente questo scempio; e non regge nemmeno la scusa del rodaggio, la struttura è operativa dal 3 ottobre: il primo giorno è il caos, più che comprensibile. Il secondo giorno un mezzo caos, il terzo un “caosino”, ma dopo una settimana le cose devono funzionare altrimenti significa che il sistema è stato mal concepito e chi dirige la struttura non sta facendo bene il suo lavoro, che oltretutto mi risulta ben retribuito. Se le ricorda direttore le altisonanti dichiarazioni all’alba dell’inaugurazione: ”D'ora in avanti, i comaschi e non solo potranno contare su una struttura d'avanguardia, con un modello organizzativo mai sperimentato in Lombardia …”. Appunto! …bel modello organizzativo dei miei “poffarbacchi”. Questa è la famosa efficienza lombarda a costi standard tanto sbandierata a livello nazionale? Ospedali come aziende…

Le do un piccolo consiglio, da azionista, oltretutto gratis, quindi vale doppio: quando si prenotano gli appuntamenti, per evitare inutili attese, basta chiedere all’utente a che tipo di visita deve sottoporsi: nel caso dell’ortopedia, se uno deve fare un controllo, 5 minuti bastano e avanzano, a patto di far funzionare i computer che si inchiodano ogni volta che devono stampare una scheda; ma se il paziente deve togliere il gesso, allora di minuti c’e ne vogliono anche 15 e per 4 gessi in una mattinata si deve calcolare più o meno 1 ora nel planning visite, non 20 minuti! So che prenderà nota di quanto scritto, mi dicono sia persona seria e volonterosa, lo dimostri. Le porgo i miei saluti e le auguro buon lavoro.

G.Barile.
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venerdì 23 luglio 2010

Mamma che caldo, ci vorrebbe proprio...

A sentire Evo Morales, Presidente boliviano, che tuona contro la Cocacola verrebbe da pensare che qualcuno abbia davvero esagerato giocando con il piccolo chimico.
Che la bevanda più venduta al mondo, contenente tra le altre primizie acido fosforico, non sia propriamente “salutare” è assodato. Qualunque nutrizionista, medico o ricercatore in campo alimentare vi dirà che l’assunzione continua di questo tipo di bevande provoca danni ai reni, allo stomaco, alle ossa e ai denti, a causa della sua forte acidità che modifica il ph naturale del sangue nel corpo umano. Altri ricercatori si spingono più in là affermando che la bibita più amata al mondo determini assuefazione a causa dalla caffeina e degli zuccheri presenti nel prodotto e nel caso delle varianti light, contenenti aspartame, generi danni al cervello soprattutto nei bambini e nei feti delle donne che l’assumono in gravidanza.
Ora però alte cariche istituzionali di Paesi storicamente impegnati nella coltivazione della pianta della cocaina, affermano apertamente che la multinazionale di Atlanta è uno dei più grossi importatori al mondo di coca (in foglie) che verrebbero utilizzate, tolte le sostanze alcaloidi, per produrre la gustosa bevanda. Per inciso, bisogna dire che Evo Morales le foglie di coca le mastica normalmente durante le riunioni alle Nazioni Unite, i maligni dicono lo faccia per digerire l’arroganza e l’intransigenza di certi Paesi del blocco “capitalista”, che condizionano pesantemente lo sviluppo economico dell’America Latina. Dovremmo anche aggiungere che mentre lui la “rumina” molti altri suoi colleghi la tirano su dal naso sotto forma di polverina bianca. Chi rammenta il nostrano polverone suscitato dalle risultanze delle analisi sugli scarichi della fogna del “Parlamento italiano” che avevano certificato la presenza nei reflui di alte concentrazioni di cocaina?
Probabilmente però la sparata di questi giorni del Presidente boliviano è una sorta di reazione al perbenismo ipocrita di chi di si indigna per le anonime bevande “indigene”, a base di foglie di coca, prodotte e vendute legalmente nel suo Paese, e fa finta di non vedere che famosi prodotti del tutto equivalenti circolano liberamente nel mondo sotto il cappello protettivo di una pseudo formula segreta, alimentando un “traffico” tutt’altro che legale.
Morales in verità non è l’unico ad associare la nota bibita alla coca; anche Nils Ericsson, presidente peruviano della Commissione nazionale per lo sviluppo e la vita senza droghe [Devida], nel 2004 scrisse che la Coca Cola comprava dal Perù 115 tonnellate di foglia di coca all'anno e dalla Bolivia 105 tonnellate con le quali produceva 500 milioni di bottiglie di bibite al giorno. Ovviamente le affermazioni dei due, rigettate immediatamente dalla casa madre di Atlanta, sono corredate da una serie di evidenze, ma sappiamo bene che nel duro mondo del business bisogna essere capaci di schivare qualche pallottola vagante se si vuole sopravvivere, e Coca cola è maestra nell’arte del volare basso schivando i sassi quando è necessario.
La storia in realtà è vecchia, sembra infatti che la Coca-Cola derivi il suo leggendario nome da due piante, la Coca Boliviana e la Cola Acuminata, di cui conterrebbe le essenze. La Coca-Cola dovrebbe quindi contenere gli estratti di Cola, ricchissimi di caffeina, e gli estratti di Coca, il cui principio attivo e' la nota sostanza stupefacente. Alcuni definiscono tali "assonanze" pura leggenda, ma non va dimenticato che nel 1886, data in cui nacque la nota bevanda e prima che la “coca” fosse assunta ai disonori della cronaca come pericoloso stupefacente, sulle locandine che pubblicizzavano la Coca-Cola si poteva leggere: ”This "Intellectual Beverage" and Temperance Drink contains the valuable Tonic and Nerve Stimulant properties of the Coca plant and Cola (or Kola) nuts, and makes not only a delicious, exhilarating, refreshing and invigorating Beverage, (dispensed from the soda water fountain or in other corbonated beverages), but a valuable Brain Tonic, and a cure for all nervous affections - SICK, HEAD-ACHE, NEURALGIA, HYSTERIA, MERLANCHOLY.” ... praticamente era considerata una medicina.
In fondo l’idea che abbiamo di questo prodotto/azienda è quella che scaturisce dall’immaginario collettivo plasmato nelle varie pubblicità televisive che hanno sempre accompagnato le transizioni e i momenti importanti del nostro vivere: i Natali, l’arrivo di ogni nuova estate, i grandi eventi sportivi, sono tutti sottolineati da favolose sequenze di immagini e splendide musiche che esaltano la dissetante bevanda racchiusa nella sinuosa bottiglia di vetro.
Se pensate che stia esagerando potete riflettere sul fatto che Santa Claus, fino al 1931 aveva sempre indossato un vestito verde e bianco per portare i doni ai bambini di tutto il mondo sulla sua magica slitta trainata dalle renne e fu proprio la Coca cola a “spingere” per la modifica del colore del suo abbigliamento da lavoro al fine di avvicinare maggiormente l’immagine del buon vecchietto alla rossa lattina e incrementare le vendite di cola nel periodo natalizio.
Nonostante il messaggio fresco, frizzante e gioioso che passa alla tv e sui giornali però, The Coca-Cola Company resta una delle peggiori multinazionali che abbiano operato in questi ultimi decenni sulla faccia del Pianeta Terra.
Elencare tutti i misfatti di questa compagnia di ventura sarebbe lungo e tedioso, dal prosciugamento delle falde acquifere dove installa i suoi stablimenti, all’inquinamento ambientale con metalli pesanti, dallo sfruttamento del lavoro minorile all’intimidazione delle associazioni sindacali, passando per violazioni della legge sulla concorrenza, accuse di violenze e di omicidio, condanne per abuso di posizione dominante, ricatti ai danni di singoli dipendenti, pubblicità ingannevole etc. etc...
C’è n’è per tutti i gusti, nel vero senso della parola: The Coca-Cola Company infatti distribuisce numerosi marchi. In Italia commercializza le bevande gassate Coca-cola, Coca-cola senza caffeina, Coca-cola light, Coca-cola zero, Fanta, Sprite, Kinley, burn, le bevande non gassate Amita, Aquarius, Fruit Cooler, Nestea, Powerade, illy issimo e le acque minerali Lilia, Lilia frizzante, Sveva, Toka, Solaria, Vivien.
Forse alle bibite della The Coca cola Company si può anche rinunciare.
G.Barile.
... un bicchiere di acqua fresca (del rubinetto).
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martedì 15 giugno 2010

Io non seguo i Mondiali 2010

Nonostante da ragazzo mi abbia dato alcune soddisfazioni, il calcio non mi è mai piaciuto, non l’ho quasi mai giocato, ne seguito alla tv o sui giornali, ...a dire il vero credo di non aver mai aperto nemmeno una volta nella vita la Gazzetta dello Sport.
Con tutta evidenza questo mi pone in una condizione di relativo isolamento da certi discorsi, soprattutto durante i mondiali, dato che il mantra di queste settimane è, e sarà, più o meno univoco. ...Che faccio, mica posso mettermi a discutere con quelli che incontro di strategie d’attacco o di schemi di difesa se non conosco nemmeno chi è stato convocato, chi è l’allenatore della nazionale o come è andata l’ultima partita?

Al limite potrei parlare, a vuoto oltretutto, della FIFA, responsabile della commercializzazione di ogni singolo prodotto relativo al calcio professionale, delle sponsorizzazioni e dei diritti TV, la cui fama nel mondo della palla di cuoio è paragonabile solo a quella di Re Mida tra i gioiellieri: tutto quello che tocca questo piccolo ma potente gruppo di persone diventa oro.

Pensate che l’incasso dei mondiali 2010 è previsto su un ordine di grandezza di 3,8 mld. di dollari. In Sud Africa la FIFA ha consigliato al governo di aumentare la dotazione sportiva e così sono stati spesi 450 milioni di dollari per la costruzione, fra l’altro, di cinque nuovi stadi e la restaurazione di altri cinque, nonostante le infrastrutture pubbliche siano in generale molto carenti, tranne, che nell’area edificata più ricca del Paese sviluppatasi tra l’aeroporto di Johannesburg ed il lussuoso quartiere di Sandton, una specie di Cattedrale nel deserto. E’ qui che troveranno dimora i 200 delegati dell’organizzazione.
Dove la FIFA decide di andare detta legge, nel vero senso della parola. Quattro anni fa, il parlamento sudafricano ha dovuto attribuire ai Mondiali lo status di “evento protetto” regolato da leggi specifiche. In pratica la Coppa del Mondo si svolgerà in un certo numero di GreenZone, come in Iraq, dove tutto dal caffè alla protezione dei perimetri è a vantaggio e di competenza della FiFA.

La scelta stessa degli stadi è stata orientata alla soddisfazione dei turisti del calcio d'angolo piuttosto che alla riqualificazione di strutture utili all'intera collettività. Allo stadio di Athlone, periferia povera di Città del Capo, è stato preferito lo stadio di Green Point, incastonato tra il mare ed il monte Table, in quella che viene definita la cartolina preferita della città. La motivazione di una scelta apparentemente incomprensibile l'ha data uno zelante ispettore della FIFA dichiarando al “Mail and Guardian” che miliardi di telespettatori non vogliono vedere “miseria e morti di fame” in TV.

Da diversi anni il mondo del pallone professionale e tutto ciò che gli gira intorno hanno dimostrato di essere un circo mediatico imbastito a bella posta per riempire, assieme ad altre amenità "sui generis", le discussioni e le passioni, a volte addirittura la vita, delle persone. Questo non fa che peggiorare la mia opinione sul gioco e il mio disinteresse per i suoi annessi e connessi. In Italia tra intercettazioni pre legge-bavaglio e scandalosi retroscena abbiamo scoperto che Moggi non era l’unico a tirare l’acqua al suo mulino - ma qualcuno ha creduto davvero alla barzelletta che lo vedeva dipinto come il “Licio Gelli” del calcio italiano? – e oggi viene a galla, attraverso il processo a suo carico, la verità più semplice e meno accettabile: una “fotografia di gruppo” che inchioda al muro l’intero mondo patinato del pallone con le sue finte partite, i suoi arbitri accomodati e/o accomodanti oltre ai suoi giocatori trasmutati in gladiatori mercenari del nulla. Eccoli che riempiono i palinsesti televisivi e gli spazi pubblicitari, i nuovi “eroi” dal palleggio spigliato, paladini del mercimonio più indecente messi al centro dell’arena ad uso e consumo della plebe domenicale che segue pedissequamente questo lurido corteo comprensivo di “pupe”, “veline” e “puttane”, dove la differenza tre le une e le altre appare sempre più labile e indecifrabile.

E’ inutile fare nomi, ma gente che dovrebbe rappresentare un esempio per le giovani generazioni, almeno così sembra voglia la nostra società, e che pubblicizza in modo tanto naturale quanto spudorato il gioco d’azzardo, lasciatemelo dire, è proprio il miglior biglietto da visita dell’Italia ai mondiali. Ormai, come diceva Vasco, “non c’è più religione”, o meglio, l’unica religione rimasta, quella che guadagna adepti ogni giorno, è la religione del “Life is Now”. Poco importa quello che c’è dietro, ciò che viene nascosto per non turbare le libagioni mentali del sempre incolpevole consumatore. Il carrozzone è partito e guai a fermarlo.

Si dice che tutto il mondo è paese e a me i mondiali di calcio 2010 ricordano effettivamente il nostrano G8 dell’Aquila: tanti sorrisi di circostanza, tante promesse mancate, tanti, tanti soldi buttati al vento e sprecati, tante false parole di cordoglio per le umane tragedie e gente che, dopo aver riso al telefono dell’accaduto, raccoglieva le messi del “Capitalismo dei disastri”, con le vittime, “quelle vere”, impossibilitate perfino ad avvicinarsi agli incontri istituzionali conditi da “lustrini e cotillon”, dove i posaceneri, solo i posaceneri sono costati ben 160.000 euro. Non è stato permesso agli aquilani già gambizzati dal terremoto di rendere visibile il loro malessere di fronte ai “grandi della terra” e quei pochi che hanno provato a protestare sono stati ricacciati indietro come dannati fuggiti dall’inferno, i loro diritti e la loro dignità di cittadini sono stati calpestati da uno Stato che li ha confinati per mesi dentro ai campi di accoglienza... Ora i soldi per l’Aquila sono finiti, molti non hanno ancora una casa, moltissimi non la potranno più ricostruire, ma nessuno ne parla. Abbiamo altro per la testa.
In Sud Africa la situazione è se possibile molto peggiore e la catastrofe si rivela normalità. Anche lì gli ultimi, dopo essere stati dimenticati, sono stati frettolosamente nascosti come polvere sotto il tappeto per non urtare la sensibilità dei consumatori del Nord concentrati sull'evento dei mondiali. La Coppa del Mondo va in scena in un paese con quasi il 40% di disoccupazione e dove il 50% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e non mi si venga a dire che i mondiali porteranno beneficio a questi disperati perchè sarebbe un insulto alla mia pur limitata intelligenza. In questo clima ecco uno stralcio dell’appello fatto pervenire all’ambasciatrice sudafricana in Italia Thenjiwe Mtintso, firmato da missionari come Zanotelli, Mondini e Bonato in occasione della Coppa del Mondo:

"siamo oggi preoccupati per il trattamento subito dagli abitanti delle baraccopoli e dai venditori di strada in occasione della Coppa del mondo. Gli abitanti delle baraccopoli vengono forzatamente sfrattati e fatti vivere in transit camps, mentre ai venditori di strada è stato proibito di vendere la propria merce durante tutta la durata della Coppa del mondo. Ai poveri non è stato concesso di partecipare alla costruzione di un percorso comune che portasse verso la Coppa del mondo. Al contrario la Coppa del mondo è divenuta l’occasione per ristrutturare le città secondo criteri che favoriscono solo le élite. I poveri vengono spinti fuori, lontani dagli occhi dei turisti e dei giornalisti. Peraltro, le misure di sicurezza adottate in occasione dei Mondiali limitano fortemente il diritto dei cittadini a esprimere democraticamente il dissenso rispetto a questo stato di cose".

Ecco cosa rappresentano i Mondiali per chi non può permettersi nemmeno un pasto decente al giorno, solo un'altra occasione di umiliazione e di segregazione.
Chiudo lasciandovi in compagnia della Mascotte di questi mondiali, Zakumi mi pare si chiami, la cui produzione è stata bloccata dopo alcuni controlli in cui è emerso che gli operai che lavoravano alla sua fabbricazione facevano turni anche di tredici ore al giorno, per la misera paga di due euro. La ditta cinese, la Shanghai Fashion Plastic Products & Gifts, aveva ricevuto in subappalto il lavoro dal gruppo che gestisce il branding Fifa. Un’altra sberla in faccia ai deboli della terra.
E ora godetevi pure la vostra Coppa del Mondo.
G.Barile.
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lunedì 7 giugno 2010

Di quanto altro sangue avranno bisogno prima di fermarsi?

Quale immagine evoca la freedom flottilla attaccata dalle forze militari speciali israeliane la settimana scorsa? In fondo non sono anche loro dei rompiscatole che tentano invano di allungare l’agonia del popolo Palestinese all’interno del quale si celano pericolosissimi terroristi internazionali pronti a distruggere il mondo in nome di Allah? Non serebbe molto meglio se se ne stessero a casa loro con le loro bandiere della pace invece di andare in giro a farsi sparare con l’unico intento di mettere in imbarazzo qualche diplomazia?

In fondo i Palestinesi se la cavano bene anche da soli, ...o no?

G.Barile.

Guarda il video:

To shoot an elephant

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giovedì 13 maggio 2010

Emergency,... missione compiuta!

Non mi riferisco alla liberazione di Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira, ma alla chiusura dell’ospedale di Lashkar-gah. Ad un mese dall’arresto dei tre operatori umanitari, definiti da alcuni dei nostri governanti delle “possibili mele marce”, la struttura è chiusa e nessuno è in grado di sapere se e quando potrà essere riaperta.

Sarà contento quel tal Nicolae Luttwak, economista d’assalto statunitense, che nella settimana successiva all’arresto dei tre italiani inveiva contro Gino Strada lamentando che Emergency e le altre organizzazioni non governative umanitarie, “in odore di santità”, che operano negli scenari di guerra rallentano le operazioni militari perchè aiutano il nemico a rialzarsi curando i soldati feriti e distribuendo cibo alla popolazione coinvolta nel conflitto. Si lamentava, il caro Luttwak, delle ONG che in Somalia pagavano i ribelli per avere il permesso di distribuire cibo ai civili ridotti alla fame dalla guerra civile, consentendo alle milizie di acquistare armi, ma si è dimenticato di ricordare che anche l’esercito italiano di stanza a Surobi ha pagato le tangenti fino a luglio del 2008 per non essere attaccato dai Talebani, stessa storia in Libano nel 1982 e in Iraq a Nassirya nel 2003. Povero Nicolae, dalla lingua biforcuta, e la memoria selettiva...

Sarà contento anche il Ministro della difesa Ignazio La Russa che, negli stessi giorni, accusava Emergency di non onorare il lavoro svolto dai nostri soldati in quel paese e difendeva l’operato del contingente italiano AISAF ribadendo che essere in guerra in afghanistan è: “un modo per tenere lontano il terrorismo dalle nostre case, dalle nostre città, dalle nostre famiglie, dal mondo libero.” Mi chiedo spesso se l’Ignazio lo paghiamo in base al numero di “c.....e” che spara o se facciano un forfet trimestrale, comunque a nostre spese. I Talebani non hanno niente a che vedere col terrorismo internazionale, gli interessa solo il loro Paese e non costituiscono un pericolo per l'Occidente:”I Talebani sono un gruppo indigeno, ben radicato fra la popolazione, che aspira a conquistare pezzi di territorio ed eventualmente a governare il Paese ma non ambisce ad attaccare l’America”, questa la dichiarazione di Joe Biden Vicepresidente degli Stati Uniti che, detto per inciso, non è ne simpatico, ne pacifista.

Smettiamola quindi di prenderci in giro illudendoci di assolvere ad un compito superiore con il nostro bighellonare in giro per il mondo armati di mitragliette da spalla munizioni e all’uranio impoverito spacciandoci per benefattori. Smettiamola anche di credere a tutte le stupidaggini che  raccontano i nostri politici e che ci beviamo come beoti. Pieni di timore, per rischi inesistenti, raggomitolati sul nostro divanetto con le unghie tra i denti, davanti a una televisione falsa, mentre supplichiamo di lasciarci in pace stringendo il nostro tostapane e la moka del caffè. Quanto misero e meschino può diventare il nostro piccolo mondo avanti di questo passo? Non è con la paura che si combattono i terroristi ammesso di riuscire a capire chi sono tutti i “terroristi”. O vogliamo fare anche noi come il Luttwak e dimenticare le immagini dei bambini deformi nati in afghanistan e in Iraq dopo l’intervento militare dell’Occidente con le armi debolmente radioattive ma “in odore di santità”? Vogliamo davvero ignorare l’invito che circola in segreto tra le giovani spose di Basra nel quale i dottori consigliano di non restare incinta per i prossimi 25 anni? A Falluja invece è ufficiale, le donne sono pubblicamente avvertite di evitare gravidanze. Vogliamo dimenticarci anche delle stragi di civili in afghanistan in seguito alle quali viene impedito alle ambulanze di recarsi sul posto per prestare soccorso ai feriti moltissimi dei quali bambini? Vogliamo ignorare le storie raccontate da Matteo Dell’Aira, uno dei tre arrestati?

...“Akter Mohammed - scrive l'operatore umanitario- è arrivato con il padre. Un proiettile gli ha passato la testa da parte a parte, ora lo stanno operando. Il padre urlava e si batteva il petto. Akter era a casa sua. La sua curiosità l'ha spinto alla finestra per vedere cosa stava succedendo fuori: tutti quei rumori di blindati e colpi di fucile.

...Qualche portatore malato di pace e democrazia ha visto una sagoma e ha sparato. Poi sono entrati in casa, urlando. In un angolo hanno visto il risultato del proiettile contro quella sagoma: un bambino di 9 anni. Appena l'hanno visto a terra ferito e spaventato, se ne sono andati. Che schifo!».

...Khudainazar, 11 anni, «ha la faccia sveglia. Era fuori casa, a Nadalì: era andato a riempire le taniche di acqua. È arrivato all'ospedale con una ferita da proiettile entrato nell'inguine sinistro ed uscito dal gluteo destro. Proiettile sparato da 'stranieri vestiti da guerrà».

...«Ali Mohamemed, 13 anni - continua Dell'Aira - è un bel ragazzino in carne, uno dei pochissimi qui in Afghanistan. Era fuori da casa, a Marjah, e stava aiutando il nonno a rientrare a casa; non ha sentito arrivare il proiettile ma ha sentito una fitta di dolore fortissimo alla spalla sinistra, per fortuna il polmone non è stato trapassato. Il nonno gli ha coperto la ferita con una pezza e lì è rimasto per quattro giorni prima di arrivare da noi».

...«Gulalay ha 12 anni, ha una bellissima treccia di capelli scuri scuri e due occhi chiarissimi. Si trovava nel villaggio di Dilaram, davanti a casa. Ha sentito i rumori della guerra avvicinarsi, ha visto il fratellino più piccolo che si stava allontanando troppo. Si è precipitata da lui, lo ha preso in braccio ed è corsa verso casa. Appena entrata, ha sentito una fitta di dolore e un intenso bruciore al fianco destro. Allora la mamma ha visto un buco nei vestiti, del sangue. Girandola ne ha visto un altro di buco, nella schiena, e ancora sangue. Il padre l'ha carica in macchina, ha fatto pochi metri ma è stato fermato. 'Non si può passare, ormai è tardì, gli dicono degli stranieri. Così la riporta in casa, ascoltando i suoi lamenti per tutta la notte. Il giorno dopo riescono finalmente a partire. Gulalay è arrivata da noi nel primo pomeriggio, dopo quasi 24 ore dal colpo. È stata operata subito. Ora sta bene ma non ha nessuna voglia di sorridere».

Dobbiamo anche fingere di non sapere dell’abitudine criminale della polizia afghana di occupazione di ricattare la gente, estorcendo soldi sotto la minaccia fattuale di rapire e violentare i bambini? O degli efferati episodi di violenza carnale sulle donne da parte dei soldati americani a Bagram, a Kabul e a jalalabad o nella provincia del Badakhshan, dove soldati americani, gli stessi divenuti famosi per le violenze sui detenuti in Iraq, hanno preso diverse donne cui hanno estratto  i denti per fare sesso orale? Vuoi che dimentichiamo anche chi produce e distribuisce con le cluster bombs quei giocattolini esplosivi dai colori sgargianti che vengono disseminati in giro per il mondo tanto efficaci nel polverizzare gambine e braccini e che sono diventati la prima causa al mondo di asimmetria nei bambini?

Cosa vuoi che facciamo Luttwak, ci giriamo dall’altra parte e lasciamo fare? Effetti collaterali indesiderati? ...Impiccati, testa di c...o!

Noo..., a te non frega nulla di tutto questo, e nemmeno del fatto che se ne parli. La cosa importante è che al mondo, all’intelligenza sopita delle persone, sfuggano le “relazioni”...

Eccola, una bella “relazione” tutta per te, caro il mio stratega dell’informazione: gasdotto (TAPI) Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India

tapi-pipeline

Luttwak, guarda bene la figura sopra e indovina un po’ dove si trova l’ospedale chiuso di Emercency?

G.Barile.

Continua...